25 Giugno 2018

La civiltà spartana e al tempo stesso ascetica dei samurai era ben simboleggiata dalla cerimonia del tè, una delle più significative espressioni delle dottrina zen. 

Tant’è che fu codificata da Sen no Rikyu, maestro di questo rituale prima presso il grande condottiero Oda Nobunaga e quindi del taiko, Toyotomi Hideyoshi, sotto il quale si diffuse potentemente tra i samurai.

Il protocollo discende dalla civiltà cinese e dai monasteri buddisti (in origine la bevanda serviva ai monaci per non assopirsi durante la meditazione). Sempre e comunque presuppone un’estrema sobrietà in ogni gesto e nell’unico ambiente che si deve opportunamente ricreare. Di conseguenza ogni dettaglio assurge a parte di un valore estetico vero e proprio. 

La preparazione del tè segue un preciso rituale. 

La coppa (chawan) dalla quale tutti bevono può essere un autentico tesoro di famiglia per antichità e soprattutto semplicità (le antiche ceramiche cinesi vennero dimenticate in funzione di una maggiore austerità). 

L’ambiente interno varia a seconda delle stagioni e vi si accede da una porta che costringe a inchinarsi. All’interno un arredamento essenziale ed elegante, con pavimento in tatami e una piccola alcova - il tokonoma - dove viene esposta una calligrafia e un fiore sapientemente disposto (chabana). Secondo rigorose regole e movimenti stabiliti nei minimi dettagli il padrone di casa appronta il tè, che offre agli ospiti nel chawan. Questa cerimonia rispecchia una precisa estetica: quella del cosiddetto wabi-sabi. Quest’unione di parole implica l’armoniosa fusione di due concetti che solamente insieme rifletterebbero pienamente una impressione di disadorna semplicità, pace, silenzio, eleganza discreta soprattutto, e ancora bellezza antica ma intrisa di malinconia. Le caratteristiche dell’estetica wabi-sabi sono l’asimmetria, la semplicità modesta, quasi povera, e la ruvidità di forme e superfici che sembrano nate per caso.

Queste qualità che rimandano alla frugalità della vita militare per il samurai si possono riscontrare praticamente ovunque, ma maggiormente là dove affiori una sensazione di solitudine, che nel buddismo non ha affatto accezione negativa. 

Ne consegue che la stanza della cerimonia del tè diviene una dimora dell’anima: al vuoto materiale deve corrispondere uno stato di assenza mentale.

Esistono diversi stili di cerimonia del tè, e la funzione completa può durare fino a quattro ore.

La vicenda di Sen no Rikyu fu rievocata da Kei Kumai nel film Morte di un maestro del tè, Leone d’argento a Venezia nel 1989.

 
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